I vettori del cambiamento

28 05 2008

In un recente commento, Andrea Cunico Jegary mi invita a definire “verso quale direzione intendo l’urgenza di cambiamento”.
Posso provare a offrire, più che una risposta, uno schema dei principali vettori di cambiamento che ho in mente in questo momento.

vettori di cambiamento

  • dall’inerzia all’attività
  • dal ritiro schizoide al senso di realtà
  • dal lamento incoerente alla progettualità coerente
  • dal sospetto paranoide alla fiducia “sana” (e quindi verificata)
  • dall’egoismo a orizzonte breve al vantaggio sociale a orizzonte lungo
  • dal rifugio in mitologie sul passato alla capacità di vivere nel presente
  • dal “nemico” locale alla complessità globale
  • dal disimpegno all’impegno

Magari qualcuno può aiutare a completare – chiarire – discutere – approfondire?


Azioni

Informazione

13 risposte

4 06 2008
Andrea Cunico Jegary

Non te la prendere GATTOROSSO, non ti voglio certo contraddire. Ma il tuo “bisogna arrivare a muoversi in tanti, insieme. E decidere che si vuol andare da qualche parte” offre davvero il fianco al nemico. Intendo dire che i detrattori dell’ URGENZA DI CAMBIAMENTO troveranno in questa nebulosa il relativismo che li legittima a lasciare tutto come sta…

Cosa c’é alla base di ogni CAMBIAMENTO?
A_capisco che fino ad oggi non mi sono
comportato bene
B_da domani mi comporterò bene
(C_alla fine andrò in paradiso).

Ora, non vorrei inoltrarmi in digressioni apparentemente filosofiche, ma resta il fatto imprescindibile che non si può parlare di VETTORI senza un requisito minimo: per due punti nello spazio passa una ed una sola retta, in tutto l’universo. Nel nostro caso:
A_il punto in cui siamo
B_ la direzione del CAMBIAMENTO
(C_la “promessa”).

>dall’inerzia all’attività
…intendi forse “partecipazione”? ma attorno a cosa, perché, per chi? quale paradiso, quale terra promessa?
>dal ritiro schizoide al senso di realtà
…quale realtà: quella sociale? politica? parrocchiale? tutto-niente-di più?
>dal lamento incoerente alla progettualità coerente
…progettualità verso cosa? dammi obiettivi chiari, vantaggiosi, condivisi, che generino in divenire circoli virtuosi… Non ci sono? Allora ecco: piagnucolii bigotti, emarginazione, disagio, assenza di progettualità
>dal sospetto paranoide alla fiducia “sana”
(e quindi verificata)
…fiducia in cosa? il prete? l’amministratore? l’imprenditore illuminato? l’immobiliarista?
>dall’egoismo a orizzonte breve al vantaggio sociale a orizzonte lungo
…perfetto, vengo anch’io: quale vantaggio sociale? quale scenario? quali prospettive?
>dal rifugio in mitologie sul passato alla capacità di vivere nel presente
…d’accordo per quanto rigurda gli gnomi, purchè non si metta al capitolo mitologie la Reggenza in quanto indubbio “fatto storico” da cui guardare avanti
>dal “nemico” locale alla complessità globale
…si daccordo, il fenomeno radicato dell’ingigantimento della figura del “nemico” locale è un’altro alibi, un falso incidente, un dito dietro cui nascondersi per evitare di confrontarsi con la complesità globale. L’egocentrismo cognitivo nei secoli si é combattuto con la terapia di gruppo, la lunga marcia è un icona. Mosè, Mao, Guevara… si cammina insieme, si discute, si consolida l’appartenenza attorno ad un ideale di vita e di progresso comune… Naturalmente nel 2008 gran parte del tragitto lo si fa comodamente da casa, davanti ad un computer…
>dal disimpegno all’impegno
…questo ultimo punto è un alias del primo, quindi (ma senza andare in loop): …intendi forse “partecipazione”? intorno a cosa, perchè, per chi? quale paradiso, quale terra promessa?

11 06 2008
Gatto Rosso

Ciao Andrea.
Scusa per il ritardo nella risposta (mi son preso una settimana di vacanza, e ho trascurato di segnalarlo sul blog… non c’è più la netiquette di una volta…)

Vediamo di riprendere da dove abbiamo lasciato, se ti va. Hai scritto:

Cosa c’é alla base di ogni CAMBIAMENTO?
A_capisco che fino ad oggi non mi sono
comportato bene
B_da domani mi comporterò bene

Col rischio di ribattere su un chiodo già battuto nella nostra discussione, devo rispondere con un cambio di campo. La mia visione del “problema altopiano” si adatta meglio al terreno psicologico, è più vicina alla psicopatologia (mentre la tua, credo di capire, tende a essere in un certo senso “politica”).

Lasciamo perdere per ora i vettori (ci sono anche geometrie non euclideee…) e definiamo per ipotesi la popolazione dell’altopiano come affetta da un “disturbo di personalità” o caratteropatia*, tanto per usare uno dei molti termini più o meno sovrapponibili in circolazione.
Resta da vedere il livello di gravità (semplice organizzazione nevrotica, personalità borderline o psicotica?) e la relativa prognosi.

Cosa significa in pratica per il nostro “paziente”?
Per semplicità diciamo che la capacità di “vivere”, cioè di affrontare l’ambiente esterno con le sue difficoltà e i suoi stimoli, mediarlo con le proprie emozioni e esperienze e trarre conclusioni e reazioni adeguate alle circostanze, è compromessa, limitata da ostacoli.

Gli ostacoli sono modalità di comportamento automatiche, formate in un passato in genere lontano e che potevano essere o sembrare adeguate in quel momento, ma che oggi non lo sono più; tuttavia, il “paziente” non è in grado di evitarle, sostituendole con risposte più adeguate alla sua vita attuale.
C’è una “coazione a ripetere” sempre gli stessi modelli di comportamento, a usare le stesse “difese” dai problemi e dall’ansia che generano, a prescindere da quanto siano adatte alla realtà che si sperimenta.

Finché uno non è matto come un cavallo, deve conservare una idea di coerenza del suo modo di vivere, quindi ci saranno tutta una serie di adattamenti e trasformazioni della realtà per giustificare il proprio comportamento.
Ci sono differenze importanti: alcuni avranno una percezione “egosintonica” del problema (crederanno di agire nel modo corretto e “normale”, il più adatto, negando la propria responsabilità nelle difficoltà), altri saranno “egodistonici”, cioè coscienti che qualcosa non va in sé stessi.
Entrambi saranno egualmente sofferenti, ma incapaci di cambiare.

Ecco che il tuo punto A (capisco che non mi comporto bene) diventa critico.
Poi, per arrivare a B (da domani cambierò) possono servire anni di sforzi, nel migliore dei casi.

Io vedo l’Altopiano come “malato”, e quelli che ho elencato sono i suoi “sintomi”.

Occorre “guarirlo”, prima che possa decidere liberamente e efficacemente di agire, leggere correttamente la realtà anche se gli fa male, progettare qualcosa, avere fiducia in qualcuno, stemperare l’egoismo in cambio di vantaggi collettivi, abbandonare il rifugio dei miti per essere sé stesso, accettare la complessità e il limitato controllo che può avere sul mondo, impegnarsi mettendo in gioco qualcosa.

Non vedo niente di relativistico in questa posizione, ammesso poi che il relativismo sia una cosa tanto cattiva come crede Joseph Ratzinger. Ma questo è un altro discorso, credo.

In sostanza, prima di indicare una terra promessa, bisogna assicurarsi che il popolo veda, capisca e sia disposto a seguirti attivamente.
(Un paziente con “alto livello di funzionamento”).

Potrebbe essere la differenza tra “I demoni” di Dostoevskij e “Che fare?” di Vladimir Ilyich Ulyanov (detto Lenin…)

A margine, sono d’accordo con le tue osservazioni sul potere terapeutico del gruppo in marcia, e anche sulla variante introdotta dai sistemi di relazione digitale.


——–
* cfr. (ad esempio) Nancy McWilliams, La diagnosi psicoanalitica, Astrolabio 1999.

11 06 2008
Andrea Cunico Jegary

Gattorosso, io proprio non riesco a farmi una ragione sul perchè gli altopianesi dovrebbero essere o “clienti” a cui organizzare il marketing o “pazienti” a cui somministrare il Prozac…

Insomma, a cosa servirebbe stabilire che sul terreno psicologico la popolazione altopianese presenta (ma lo penso anch’io…) sindromi da “disturbo di personalità” e, ancora, che sotto questo profilo saremmo di fronte (…ma lo penso anch’io) ad un Altopiano “malato”?

Dove ci porta questa visione? Alla richiesta di calamità naturale? All’idea di un guaritore messianico? Alla supplica a Galan per un intervento di lobotomia di massa? Ma poi di quale insufficienza stiamo parlando, forse che vivere a Quarto Oggiaro sia più vantaggioso per la psiche?

Io continuerò a leggerti ed interverrò volentieri. Ma prendo le distanze nuovamente dall’idea di un CAMBIAMENTO a partire dal nulla: “avere fiducia in qualcuno …mettere in gioco qualcosa” bastano forse per muovere un gruppetto di indottrinatissimi scout ASCI.

Scrivi “prima di indicare una terra promessa, bisogna assicurarsi che il popolo veda, capisca e sia disposto a seguirti attivamente”: ok, la mia terra promessa è ampiamente alla nostra portata, dietro all’angolo, un futuro basato sull’eccellenza del sistema-turismo (…progettualità, condivisione, cooperazione, stop edificazione, sostenibilità ambientale, ricaduta diffusa dei benefici, valorizzazione delle professionalità… ecc ecc, vedi dinamiche su http://www.liberaconsulta7C.it ).

Non vorrei che sembrasse una provocazione, non lo vuole essere, ma la tua qual’è?

11 06 2008
Andrea Cunico Jegary

…probabilmente lo conoscerai già, ma segnalo…

“….se gli interrogativi sul senso della vita in generale sono destinati a rimanere senza risposta, possiamo e dobbiamo cercare di dare un senso almeno alla nostra esistenza individuale e al nostro ruolo nella società.”

Haidt Jonathan
Felicità: un’ipotesi
Verità moderne e saggezza antica
Traduzione di Paola Bonini
14×21 pp. 320
ISBN 978-88-7578-066-1
€ 19,00

…per dirla invece alla Mario Rigoni Stern: “cerchiamo di non essere inutili” (intervista radiofonica Stern/Olmi della Radio Svizzera in lingua italiana)

12 06 2008
Gatto Rosso

Certo, non mi fa piacere sentirmi etichettare come inutile, e anch’io penso che le domande sul senso generale della vita abbiamo uno spazio relativo.
Ma non mi riconosco, un senso e un ruolo io cerco di darmeli. Non mi riconosco neppure nell’idea di un cambiamento a partire dal nulla.

Ma tu, cosa vuoi sentirmi dire?

Chiedi dove ci porta questa visione.
Ci porta a spiegare perché la Consulta 7C non diventa realtà, e perché hai chiesto “quale gruppo, associazione, ente, parrocchia… vuole farsene carico?” e nessuno ti risponde.

Io non so di terre promesse, ma è ovvio che penso anch’io al turismo come risorsa principale per il futuro… con qualche scarto marginale di terminologia e di approccio, la mia visione può essere la tua.
Ma non è dietro l’angolo, attualmente non è neppure alla nostra portata.

Difatti, non si avvera.
Anzi, si avvera l’opposto, vediamo scendere la nostra “capacità di offerta” – mai stata molto alta, per carità – sotto la linea dell’orizzonte.
Il tutto nel sostanziale disinteresse non solo dei “rappresentanti” (il che potrebbe essere più facile da spiegare), ma anche dei “rappresentati”, che non fanno nulla, e non capiscono neppure di che si parla.

E allora, cosa vorresti che scrivessi? Pensi che io – noi – RMK – il pezzetto dell’internet interessato all’altopiano – possiamo trasformarci nei realizzatori magici del programma?

L’ho già detto più volte: condivido la sostanza di quello che prospetti, e le differenze che possono dividerci sono marginali.

Ma non succede. Non capisco come speri che succeda. Mi dai l’idea di un leone in gabbia…

Proviamo a ricapitolare.

>> Possono aiutare le “istituzioni”, la politica? Direi di no.
Mi sembra chiaro che sono uniti nel considerare estraneo e “pericoloso” ogni progetto di cambiamento. Lo vogliono controllare, se necessario piegare, assorbire e modellare. Loro sono Gattopardi.

>> Possono aiutare le “associazioni”? Direi di no.
Sono un giocattolo delicato, strano, meriterebbero una trattazione a parte. Ma mi pare evidente che non aiutino, nello specifico. A cosa serve continuare a domandarsi che fine ha fatto “Montagna Viva”? Mi sembra evidente che non esiste. Sei passato a dare un’occhiata sul sito? (Mi chiederei magari chi ha finanziato il lancio, pagato le locandine con tanto di logo stile Esercito Italiano, hosting e software, promozione e riunione… ma non lo so e sbaglierei a pensar male).
Pensi che si muoverà – che so – l’Istituto di Cultura Cimbra?

>> Può aiutare la “gente”? Già discusso. Direi di no, allo stato delle cose.

Ho già letto tutti i documenti, ho già visto la chart.

Ma, dato che non abbiamo studiato a Hogwarts, come faremo capitare che “il territorio si riconosca in una nuova vocazione turistica, sostenibile per l’ambiente, prevalente e univoca”?
Con chi discuti cosa e chi eravamo, con chi attui le analisi e sviluppi la progettualità?

Ho letto che “è basilare ed è urgente la costituzione di un’agenzia interterritoriale che individui, che raccolga, che accolga e attiri a sé, risorse umane con esperienza, competenza e professionalità multidisciplinari, con particolare riferimento al mondo della comunicazione e del marketing”.

Come arrivi a costituirla?

Quindi, caro leone in gabbia, non dovresti ruggire se tento di analizzare le ragioni dell’impossibilità, anche per arrivare a capire se è proprio impossibile o solo difficile, se “si può curare”.

Saprai che c’è anche chi teorizza l’estinzione come unico esito possibile, e addirittura interpreta le difficoltà presenti come una specie di inconscio suicidio collettivo accelerato, fornendo le teorie sociologiche a supporto della tesi (mi hanno raccontato di un amministratore locale che ama descrivere la situazione in questo modo).

Magari è vero, la storia fornisce numerosissimi esempi, e nessun sistema sociale – che mi risulti – è senza data di scadenza. Se no avremmo ancora le città-stato, e Demostene avrebbe perfino sconfitto Filippo.

Cosa credo io?
In questo senso l’altopiano è davvero “malato”, non ha voglia di seguire il tuo appello. Magari si può fare qualcosa per cambiare, cioè curarlo/curarci. Magari no. Ma sarebbe meglio di sì.
Si comincia sempre con una buona diagnosi, proprio come il dr. House. (Anche meglio forse ER con Ross, Green, Benton & Carter, che sembra un’agenzia di Madison Avenue…).

Come si può fare?

Siamo gente di comunicazione, forse dovremmo provare a inventare qualcosa, una terapia intensiva di comunicazione sociale, controinformazione attiva, se vuoi.
Come mi è capitato di scrivere ieri, difficile cambiare le cose se L’Altopiano è “il primo ed unico giornale dell’altopiano”.

In ogni modo, non vedo scorciatoie. Il target non riconosce il benefit.

Con stima, e senza alcuna provocazione. Aspettando di discuterne ancora.

13 06 2008
Andrea Cunico Jegary

No GATTOROSSO, non ti ho etichettato come inutile: ho citato il passaggio di Stern come esortazione – rivolta anche a me stesso – a non demordere, a battersi, ad essere rilevanti e incisivi. Esortazione che volevo estendere, condividere, non certo appiccicartela addosso come accusa.

Credo che questa stessa discussione e quelle su RMK siano utili; che sia inoltre importante avere un momento di confronto; provo infine grande rispetto per il tuo sforzo nell’avviare questo blog sul CAMBIAMENTO e non mi sorprende affatto che non ci siano interventi. Di cosa stiamo parlando in fondo?

Ci interroghiamo ambedue sul perchè del NON CAMBIAMENTO, siamo ambedue insofferenti nel constatare che non ci siano segnali di URGENZA DI CAMBIAMENTO. Questa nostra istanza è percepita come “disturbo” dai DECISORI. Un disturbo perfettamente fotografato (io credo ingenuamente, involontariamente) da Silvana Bortoli (che non conosco personalmente) su l’ultimo numero de l’Altopiano come anche tu hai riportato nel nuovo post…

<>

Proprio così GATTOROSSO, io e te, ad esempio, in questo caleidoscopio, diventiamo i veri “malati” di cui tu parli. Ma chi ci crediamo di essere e cosa pensiamo di poter cambiare? Mi sembra già di sentire la cantilena slegar: “ma quanto bontempo gài a scrivere tute quee casae”. Ma chi ci crediamo di essere? Perchè non siamo davanti a una bella fila di bianchi (bicchieri di vino bianco) a parlare del niente, spendendo battute improbabili, narcotizzando un’etica che non quadra, esorcizzando la realtà…

Chiedi “cosa si puo fare”? Quello che stiamo già facendo GATTOROSSO. Discutere, denunciare, proporre. A me sembra onesto, coscienzioso, utile, propositivo, democratico… Non possiamo aspettarci che il target riconosca il benefit se noi non lo promuoviamo, non lo mostriamo, non lo spieghiamo, non lo rendiamo fruibile e intuitivo attraverso l’emozione della creatività…

Siamo gente di comunicazione? Bene: dobbiamo fare una “campagna”. E considerando profilo culturale e ottusità del nostro target, dovremo davvero far ricorso ai più virtuosi arnesi del mestiere. Ci servono immagini e parole che raccontino con creatività e ironia cosa vogliamo “vendere”, o meglio, proporre. Ci stai? Ti immagini tre uscite in numeri consecutivi su l’Altopiano in mezza pagina orizzontale a colori?

Non mi sento affatto un leone in gabbia: mi sento libero e forte della mia laicità, indipendenza, non-sudditanza dai DECISORI, orgoglioso e soddisfatto del mio lavoro di imprenditore della comunicazione “in pianura”, di essere riuscito a fare da grande quello che sognavo da piccolo, della mia altopianità, dell’aver vissuto metà dei miei anni ad Asiago (da ieri ne ho ben 53!), di vivere metà del mio tempo libero ad Asiago (ma in vacanza in montagna vado a Sesto, Alta Valpusteria da 15 anni).

Essere anche, a mia volta, originario-cliente-turista-fruitore (appartamento, famiglia di 5 persone) mi da una visione diversa dell’altopiano.
Ed è da questa questo punto di vista privileggiato di “professionista – turista – paesano” che va alto e forte il mio Vaffa-ruggito di vecchio leone (in questo preciso ordine di priorità) a: DECISORI occulti, ComMon, ConTur, UffTur, GAL, gnomi, amministratori, associazioni corporative, IAT, grafici creativi…

Non sono bravo con i complimenti GATTOROSSO, sto divetando sempre più rude e pragmatico. Ma mi piace quello che scrivi. Ribadisco due mie riserve, che non sono però “opposizioni” o, peggio, “giudizi”:
1_la rilevanza che, pur condividendo merito e analisi, hai voluto dare al profilo psicologico …temo il pericolo che il ragionamento si areni sulla commiserazione, in una strada senza uscita che diventa alibi
2_la non percezione/fruibilità del paniere di vantaggi e di opportunità socioeconomiche “promesse” al territorio dal CAMBIAMENTO, positività che forse tu dai per acquisite …temo il pericolo dell’impossibilità di consenso, identificazione, condivisione, partecipazione.

Chiedo pazienza per i miei errori di battuta. Con rinnovata stima e l’invito a proseguire con determinazione nonostante (l’apparente) isolamento…

13 06 2008
Andrea Cunico Jegary

…è saltato il rif. all’articolo su l’Altopiano. Rimedio qui:

[domanda:] A volte nel blog si leggono lunghi interventi di chi spiega come, a proprio avviso, siano necessari cambiamenti radicali per un futuro migliore in Altopiano, trattasi di sviluppo turistico, salvaguardia del territorio, opportunità lavorative o altro. Non pensi che qualcuno possa chiedersi “ma questi chi si credono di essere e cosa pensano di poter cambiare?”

17 06 2008
Gatto Rosso

Bene, Andrea, non siamo inutili.

E forse è vero che non lo siamo, si capisce da come si preoccupano e si incazzano per il fatto che parliamo (Il Primo e Unico Giornale, MariaSpritz nei commenti di RMK, eccetera).

Fammi dire due cose sul “che fare?”, prima di andare al punto delle tue riserve, tanto per vedere fino a che punto possiamo produrre idee verificabili sul campo.

Per me il problema è di egemonia culturale (sto proprio pensando a un post su questo argomento), non di promuovere un concetto semplice, come potrebbe essere per una campagna pubblicitaria.
Quindi, se si tratta di una battaglia per l’egemonia, (per sostituire l’attuale cattiva cultura egemonica con una “buona”, positiva e attiva), i tempi saranno lunghi, gli strumenti dovranno essere adatti.

Mi immagino tre mezze pagine sull’Altopiano? Non so, forse anche sì, ma solo con funzione di attention getter, come announcement dell’inizio di qualcosa di importante, per guidare l’attenzione sul seguito.

Una battaglia per l’egemonia richiederebbe più informazione, di qualità migliore e più diffusa, non pubblicità; ci servirebbero strumenti per argomentare, spiegare come vanno davvero le cose, illustrare come dovrebbero andare…

Milena Gabanelli con Report, piuttosto che la Procter & Gamble.
Oppure anche lavorare con lo spettacolo, alla Marco Paolini o Ascanio Celestini.
Con tutto il rispetto per i Rispaar – ma anche per la Compagnia del Trivelin di Cesuna, tanto per dire – si può anche fare spettacolo e far pensare.

Si potrebbero usare anche le Pro Loco, se fosse possibile spostarle dall’orbita parrocchiale-paesana…

In teoria ci vorrebbero “militanti” e “cellule” di contrada, ;-)) ma soprattutto strumenti di informazione.

Il più economico ed elastico è senza dubbio la rete (quanto è l’indice di penetrazione dell’internet sull’altopiano? Temo che neanche il mio amico Livraghi saprebbe cavar fuori un numero come questo, ma forse è più alto di quanto pensiamo).

Chissà. Forse potrebbe essere costruito uno strumento di vera formazione/informazione – tutt’altra cosa dei nostri blog di “riflessione” – se si trovasse una pattuglia di autori in grado di sostenere l’impegno…

Venendo alle tue riserve:

1. il modello psicologico è, naturalmente, una metafora utile per la rappresentazione del problema. Ma è anche di più, se aiuta a chiarire che il problema è, appunto, di egemonia culturale piuttosto che di leadership.
Una persona sofferente va dall’analista, che la aiuta a ritrovare i suoi strumenti per elaborare le frustrazioni e vivere attivamente e consapevolmente.
Una struttura sociale “malata” può trovare la stessa forza in buone ideologie (che le ideologie siano morte è una solenne cazzata, tutto è ideologico).
Il pericolo della commiserazione esiste solo se non si vuole-sa-riesce ad andare oltre.

2. qui secondo me il “difetto” è tuo, tendi forse a mettere i vantaggi davanti a tutto, appunto secondo il modello pubblicitario, che entro certi limiti funziona, ma non oltre.(1)
Il consenso sui vantaggi viene da solo, quando le idee (l’ideologia del buon altopiano) stanno diventando, appunto, egemoniche.
Quindi per me, certo, i vantaggi sono scontati, ma per adesso non me ne preoccupo.

Gramsci: prima l’egemonia, poi la conquista democratica delle istituzioni rappresentative.
(Poi, forse, anche la rivoluzione. Ma anche no).


(1) Come sai, il tema dell’efficacia in pubblicità è dibattuto da decenni – a partire almeno da Lucas – Britt, Measuring Advertising Effectiveness, New York 1963…

26 06 2008
Andrea Cunico Jegary

GATTOROSSO, questa volta, vista la natura complessa dell’argomento, vorrei introdurre qualche ulteriore elemento. Trovo importante a questo punto della discussione sul CAMBIAMENTO
- che per me significa parlare di turismo – soffermarmi su alcuni termini, in particolare ad uso di chi ci legge e si potrebbe chiedere di cosa stiamo parlando. Prima di tutto: trovo un forte distacco per il termine “pubblicità”, distacco che diventa poi vera repulsione se parliamo del nostro territorio.

In altopiano si parla ancora di “pubblicità”, di “reclame”, di “propaganda”, di “promozione”… Finora non ho individuato nessun addetto ai lavori che sappia di cosa stiamo parlando. La sola distinzione tra marchio – logo – marca non li ha neppure mai sfiorati, sottigliezze? …quisquilie? In Trentino si insegna all’università: vedi Ernesto Rigoni, Docente di Organizzazioni e Istituzioni del Turismo all’Università IULM di Milano, già direttore dell’Azienda di Promozione Turistica del Trentino, e i suoi master in cui si tratta “L’area affronta la struttura del mercato turistico, esaminando i ruoli degli attori istituzionali e di impresa che, a livello internazionale, nazionale e locale, operano nei sistemi turistici, analizzandone funzioni, obiettivi e struttura.” Si veda http://www.tsm.tn.it/jsp/masters/master.jsp?id_master=22&id_info_master=2350 .

Ma torniamo a noi (…). Va detto che “la pubblicità” rappresenta ormai il passato: esaurita la sua funzione anticiclica degli anni ottanta, oggi è divenuta “comunicazione” ed è entrata a pieno titolo, come strumento strategico, nella vita di una marca. Senza marca non c’è competitività, se non c’è competitività non c’è tendenza, è la tendenza che crea valore. La consulenza globale nel Marketing e Comunicazione (più avanti Mkt&Cmm) diventa dunque area strategica e tutor nel divenire a medio-lungo termine di ciascun patrimonio-marca. “La fuori c’è una tribù che si aspetta i prodotti giusti al pezzo giusto, dalle persone giuste” afferma Philippe Stark “spegando” il nuovo mercato. L’altopiano è una grossa tribù con i prodotti giusti, guidata da persone sbagliate, che offre prodotti sbagliati…

Perchè insisto tanto nella centralità dell’attività di Mkt&Cmm per il sistema-altopiano? Perchè so che questo strumento è fatto per superare i confini, non per crearli. Sotto il profilo della progettualità l’altopiano è paradossalmente soffocato da i suoi stessi confini interni. Un esempio di Mkt&Cmm territoriale è, nella sua progettualità, la stessa dedizione della Reggenza alla Serenissma: dare “un senso” al territorio, spingere alla progettualità attraverso idee-sfida, generare senso di appartenenza, orgoglio, passione. Dove c’è passione c’è successo: sotto il profilo patrimonio-immagine, qual’è l’ultimo successo di cui essere orgogliosi in altopiano?

Quindi: primo elemento da introdurre e condividere “in orizzontale” è l’urgenza di traghettare l’approccio del nostro apparato decisore dal punto morto inerziale attuale A al punto B. Dove A= assenza di progettualità, di una strategia di marketing territoriale unitario, “pubblicità” come fenomeno eccezionale, minore, accessorio, legato a episodi di natura creativa-artigianale, personalistico; B= approccio sistemico Mkt&Cmm maturo e diffuso, parte integrante e coesa dell’organizzazione dell’offerta e del prodotto stesso (in quanto l’apertura alla comunicazione implica di rispondere alle nuove aspettative dell’ospite). Questa transizione A-B non è fantascenza: è solamente il punto a cui sono già arrivati i competitors, il punto di vista da cui operano e ci battono. Molto spesso anche potendo offrire meno di noi.

Tutto questo ragionamento per porre una questione: ma se l’altopiano in realtà non volesse questo? Se la sua popolazione in realtà non si sentisse affatto parte attiva e coesa di un territorio vocato al turismo? Se questa prospettiva di sviluppo economico legata alla centralità del perseguire eccellenza e sostenibilità ambientale del turismo in realtà non fosse percepita positivamente come unica, oggettiva, opportunità di sviluppo e identità? Manca dunque una verifica, un sondaggio: va rilevato una volta per tutte se la nostra gente vuole dire si o no ad un impegno verso la prospettiva turismo.

Ovvero, andrebbe fatta emergere io credo la “remora taciuta” e si arrivi ad esplicitare:
_SI, SONO FAVOREVOLE
chiedo alle istituzioni dell’altopiano un cambiamento: la sospensione della cementificazione e l’avvio di uno sviluppo economico unitario basato su un turismo sostenibile dall’ambiente e portatore di benefici per tutti
_NO, SONO CONTRARIO
chiedo alle istituzioni dell’altopiano di non incentivare il turismo: ritengo che non si debbano intraprendere programmi unitari per la valorizzazione turistica e che il nostro territorio non debba offrirsi ad una maggiore fruibilità.

Comunicazione di servizio:
ho preparato il modulo – quesito in f.to PDF,
te lo inoltro? Dove? Se vuoi, lasciami un indirizzo mail scrivendo a info@liberaconsulta7c.it
mail@liberaconsulta7c.it

(email modificata dal moderatore)

30 06 2008
Gatto Rosso

Andrea,

che discutere di cambiamento significhi parlare di turismo, in pratica, mi trova d’accordo. È ovvio. Ma preferisco pensare che il cambiamento consiste nella disponibilità a mettersi in gioco per ottenere risultati, miglioramenti. Questa disponibilità sull’altopiano oggi non c’è.
Molto probabile che il turismo (agire per un turismo migliore) sia l’unica conseguenza logicamente possibile, ma c’è un passo in mezzo, che va esplicitato per non perdere il senso del problema.

Sul termine pubblicità preferirei non ci perdessimo, questo non è un blog specialistico per studenti di Scienza delle Comunicazioni…
Tuttavia, segnalo che non posso essere d’accordo con te quando affermi che “la pubblicità rappresenta il passato” e neppure che “è ormai diventata comunicazione”. Come studioso e docente — ma anche come professionista — non posso accettare una confusione tra tecniche e aspetti del processo di marketing…

Che poi in concreto, sull’altopiano, si parli e si pratichi allegramente di cose del tutto sconosciute, questo è più che certo.

Quindi concordo anche sulla necessità della “transizione da A a B“, mi è chiaro che non è stata fantascienza per i competitors, che infatti ci sono arrivati da un pezzo.
Se noi non ci siamo ancora, è evidente che, se non è Philip Dick, quantomeno sarà Star Trek, ma insomma, per noi un po’ fantascienza è.

Da qui il punto centrale: il tuo referendum, secondo me, rischia di essere un pericoloso autogol, un po’ sullo stile Irlanda – Trattato di Lisbona.
Per capirci, politicamente parlando, gli scenari possibili sono due:

1. La popolazione risponde “sinceramente”, cioè in base alle paure, spinte irrazionali, confusioni cognitive di cui abbiamo parlato molte volte. Risultato, “morte al turista invasore e colonialista, viva l’integrità delle gloriose tradizioni ecc. ecc.”. Referendum bocciato. Difficile poi risalire la china.

2. La popolazione risponde quello che crede di “dover” rispondere, razionalizzando e sopprimento il suo vero sentire. Risultato, referendum approvato, ma senza alcun vero impegno a perseguire coerentemente i risultati. Nessun vero commitment. Poi ti trovi solo a cercare di realizzare, e necessariamente fallisci.

Mai mobilitare la base, se non sei sicuro di aver prima preparato l’azione.

Che ne pensi?

2 07 2008
Andrea Cunico Jegary

EGEMONIA CULTURALE
Sono daccordo con te. Semplicemente, io non vedo come si possa cambiare questa non-cultura turistica: “a monte” (…vorrebbe essere ironia…) manca una cultura umanistica, quel non sapersi porsi che Sergio Bonato ha ben indicato nell’intervista su il GdV. Inoltre permane quella diffusa remora non esplicitata, il peccato originale, che porta a dire “ma che i staga casa sua…” dando di gomito cercando la complicità del paesano.

LIBERACONSULTA 7C
Sono ancora convinto che sia la strada giusta. Un comitato composto da nostri saggi ed esperti che attiri risorse umane, produca linee guida e progettualità, che sia rappresentativo per il territorio, che promuova la cultura turistica, dei valori, del Mkt&Cmm, che vinca con i ponti del buonsenso su i campanili della pochezza, che produca comunicati stampa e organizzi serate aperte a tutti… Chi siederà in consulta? Non ci sarà tra gli esperti Anna Rasotto: io propongo GATTOROSSO, non ci sarà tra i saggi Mario Rigoni Stern: io propongo Sergio Bonato… Se serve la mia esperienza, sono pronto a collaborare dall’esterno. Sognare non costa nulla, vai avanti tu con le candidature… ghe rivarem a baita?

COMPETENZE
Liberaconsulta7C non significherebbe “sostituire” nessuno.
Che ComMon, ConTur, IAT, UffTur, Gal ecc. ecc. continuino a fare quel che fanno. Si tratta di creare un istituto che abbia peso e rilevanza per contribuire all’avvio di un processo di cambiamento facendo breccia nell’attuale egemonia culturale del non-turismo. Nella misura in cui si sarà capaci di attirare professionalità, competenze ed esperienza, in forma di volontariato e con sedute pubbliche, si sarà credibili, incisivi, rileventi quindi “utili”.

“PUBBLICITA’”
Non voglio convertirti, ma davvero per pubblicità si intende ormai il passato: quotidianamente (anche questa mattina alle 10,30) le aziende ci affidano la gestione di piani di attività di comunicazione (annui) che implicano un approccio sistemico, maturo e diffuso, verso l’interno e verso l’esterno, parte integrante e coesa del prodotto stesso. La settimana scorsa un produttore di calzature da trekking ci ha viceversa chiesto quanto “prendevamo” per “creargli la pubblicità” (richiedeva tre avvisi veicolati su stampa specializzata ITA / FRA / GER dedicati ad aspetti tecnici delle calzature): questi non hanno appeal nel design nel prodotto, il naming stesso è improbabile, il logo evoca le scarpe anti infurtunistica, il packaging è da dolciumi, i corner punto vendita li fa il cognato scultore, spendono una fortuna in fiere con stand avvilenti, ma spendono per far rabbia al titolare del capannone a fianco che ha costruito una marca nota, riconosciuta in tutta europa, che a sentir loro, naturalmente, “ha un prodotto inferiore” e, mi spiegano con enfasi, “è solo questione di “pubblicità”. Se non fosse stato per l’afa, avrei detto di essere in altopiano. Ho consigliato di rivolgersi ad uno studio di grafica, il mio collega milanese mi dato cinque in new business e una rude pedata sugli stinchi, il tutto celato da un orripillante tavolo riunioni con ferale posacenere magnum in onice…

SONDAGGIO
Sono daccordo con le tue conclusioni e i rischi che segnali. Mai offrire il fianco al nemico. Presumo comunque che il risulato sarebbe a favore del NO, ovvero a sfavore di una richiesta di sviluppo del sistema-turismo. Questo implicherebbe tabellare opportunamente gli accessi all’altopiano con la dicitura COMPRENSORIO DETURISTICIZZATO e l’invito a non nutrire quindi aspettative – nonostante il meraviglioso paesaggio possa trarre in inganno – che vadano oltre la fuibilità dei negozi lungo Corso 4 Novembre.

Ciao, grazie ancora per l’ospitalità e l’attenzione.

3 07 2008
Gatto Rosso

Ghe rivarem a baita? Più facile fare la fine di Giuanin…

O è vero quanto dici a proposito dell’egemonia (non si può cambiare la non-cultura turistica), o è vero quanto dici sulla Consulta (che promuove la cultura turistica e vince sui campanili della pochezza, quindi conquista l’egemonia)…

Mi piace il tuo sogno: si svolge in un mondo sensato, in cui se gente “saggia ed esperta” (e non legata ad interessi particolari) si riunisce e si esprime, gli altri la stanno a sentire e la società si regola di conseguenza, migliorando.
Un “circolo virtuoso”.

Aspetti critici che mi vengono in mente:

1. Non saprei dove pescarli i saggi ed esperti. Non ho in mente candidature (francamente neppure Bonato, per quel poco che lo conosco, ma forse tu sai più di me).

2. Davvero pensi che in realtà non ci sarebbe conflitto con gli enti “istituzionali”? E i decisori veri, quelli che chiami “occulti”?

3. Con quali mezzi (anche economici) e strumenti si farebbe sentire – con la dovuta efficacia – questa entità volontaristica e indipendente? Sai bene quanto me che sono necessari.

4. L’ambiente è fortemente ostile all’idea stessa di ragionare criticamente sulle prassi correnti (basta vedere cosa succede su RMK se appena ci provi). Come farebbe la Consulta a diventare credibile e incisiva, rilevante?

Ci penso in modo più strutturato, magari nel prossimo post. Ciao.

22 07 2008
Andrea Cunico Jegary

Voglio ringraziare GATTOROSSO che mi ha fatto pervenire un documento (pdf) di cui mi ero dimenticato, una delle tante cose che metti da parte ripromettendoti di leggere più vanti con cura. Il titolo è “Progetto di Marketing turistico della Montagna Cimbra” ed è della COMUNITA’ MONTANA Spettabile Reggenza dei Sette Comuni. Si tratta solo di un copia/incolla di profilo assolutamente scolastico in cui sono stati raccolti dati e relazioni di varie fonti, già noti e pubblicati. Forse male non fa a nessuno, ma ancora una volta non c’è traccia di progettualità, di strategie di marketing, di line-guida per la comunicazione. A cosa serve dunque questo documento che avrà impegnato verosimilmente a lungo Leonardo Longhi, Pizzamano Guido, Raffaello Raboni, i confirmatari che “hanno dato il proprio contributo alla stesura del documento” con i soldi della Comunità Montana?

Probabilmente la funzione primaria è di dispensa informativa per i decisori in Altopiano, ma per condividere quale progetto? In copertina c’è anche il sottotitolo “Interventi di animazione economica. Azioni di marketing territoriale”, ma non c’è traccia di progetti e/o linee guida e dei soliti piani di marketing triennali di cui sono dotati oramai da anni anche aree per nulla “ad alta vocazione turistica”, come si definisce anche qui l’Altopiano (in calce alla bibliografia ci sono le schede finanaziarie edite dalla Camera di Commercio Industria Artigianato della Provincia di Vicenza per la concessione di contributi).

Lo stralcio (per brevità) che segue è tratto da un lavoro analogo di un competitor:
“…pertanto, non si tratta solo di un concetto di immagine coordinata, bensì di valore aggiunto derivante dalle sinergie attivabili. Ciò significa di fatto applicare un coefficiente moltiplicatore all’efficacia che potrebbero ottenere i singoli progetti visti come realtà a sé stanti. L’idea determinante per la costituzione dell’ XXXX si ricollega alla disponibilità di risorse umane nel territorio XXXX: il profilo qualitativo delle stesse e la loro sensibilità al cambiamento risulta fattore di attrazione di attività innovative. Per arrivare ad una definizione condivisa del Piano triennale di marketing XXXX sono state individuate quattro macro fasi, che rappresentano una schematizzazione della metodologia operativa:
1. riclassificazione dei progetti e analisi strategica del territorio,
2. progettazione delle linee guida del Piano,
3. confronto con casi di successo nazionali ed internazionali,
4. stesura del Piano di Marketing Territoriale per i prossimi tre anni.”

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