Andrea, nel suo ultimo commento su RMK, scrive:
...la sociologia, la psicologia sociale, rapporto con la realtà, senso di realtà, distacco dalla realtà, mondo reale… Rileggo il tutto e ho l’impressione GATTOROSSO di frequentare un blog di alcolisti anonimi in terapia di gruppo ai domiciliari… Ma purtroppo temo tu abbia ragione. E mi chiedo: ma secondo te, di “cosa si farebbero” i DECISORI altopianesi? Soprattutto, come convincerli a mettersi in terapia ricorrendo a contributi regionali speciali per il recupero dei disagiati sociali delle isole etniche prealpine? E intanto una “normale” rete pedonale che colleghi Asiago a Gallio ancora non c’è (sarebbe troppo “marketing turistico”), i PAT non tengono conto di linee guida comuni per la valorizzazione e fruizione dell’ambiente (sarebbe troppo “marketing turistico”), non c’è ombra di figure professionali adeguate e di piani di sviluppo cooperativi interterritoriali (sarebbe troppo “marketing turistico”).
GATTOROSSO, tornando alla realtà: a quando il VaffaDay in Piazza Carli?
A parte che “Alcolismo e Altopiano” è un’associazione di idee che ha un suo senso, purtroppo…
Credo che una specie di grande terapia di gruppo sia proprio quello che ci servirebbe.
Ma siccome non mi aspetto niente dai “decisori”, e non credo neppure che siano loro la causa prima dei nostri problemi (la classe dirigente esprime sempre, alla lunga, le contraddizioni della classe “diretta”), mi vien da pensare a una qualche forma di terapia sociale autogestita, con cui provare a sistemare l’immagine di sé collettiva degli altopianesi.
D’altra parte, non credo molto nei VaffaDay, per motivi generali – neanche a Grillo riesce di cavarne granché oltre a un momentaneo rumore – ma soprattutto nello specifico di piazza Carli.
Sarebbe facile, ma penso inutile, scatenare l’istinto distruttivo che è già così sovrasviluppato in tantissimi concittadini. Qui l’esercizio della critica si applica sempre a tutto, ogni mattina al bar faccio esperienza della locale infinita capacità di dir male. Mi accorgo, anche, che se tento di spostare il discorso sul piano propositivo, l’interlocutore perde immediatamente interesse. Non vuole pensare a come migliorare quella data situazione, è un esercizio che gli è faticoso, bisogna mettere in fila un certo numero di concetti in modo coerente.
Ovviamente, questo non succede per idiozia congenita. È che sull’Altopiano la confusione ha raggiunto da un pezzo il famoso “livello di guardia” (chissà che livello viene dopo?).
Quindi, caro Andrea, secondo me ci serve qualcosa da fare per rimettere ordine nelle priorità.
Poi credo che i decisori si potranno cambiare più facilmente.
Cosa potremmo fare? Riesci a vedere qualcosa di utile allo scopo tra i ferri del marketing?
L’immagine è di AgSer

…rieccomi, ho letto della novità (questo nuovo blog di GATTOROSSO) stamani, ma avendo in agenda “una giornatina” tosta riesco solo ora a mandare due righe di benvenuto e insieme di auguri per questa nuova iniziativa.
Naturalmente va detto, per chi legge, che non conosco GATTOROSSO,
come non conosco BILLARMAN. Senza farla troppo lunga, devo anche
dire che sono sorpreso -una volta tanto in positivo- del “focus” di
GATTOROSSO: non avevo ancora trovato occasione di condividere
questo senso di urgenza del cambiamento.
Perchè è di questo che si tratta, di cambiamento. Perchè questa urgenza?
E perchè me la sento addosso? In primis, per etica. E se non è di moda
interrogarsi, ascoltare, cambiare anche idea e prendersi comunque a cuore
il futuro della terra che ami …amen. Non sarò costato un euro a nessuno.
Che ci serva qualcosa da fare per rimettere ordine nelle priorità è fuori di
dubbio. Potrebbe perfino suonare un po’ presuntuoso. Ma se si riuscisse a contribuire anche minimamente ad accellerare un processo in questa direzione sarebbe già un buon risultato.
GATTOROSSO, nel caso-altopiano, tra i ferri del mestiere vedo bene una primissima fase soft-propedeutica: un’azione di introduzione e coinvolgimento di temi base rivolti a operatori, commercianti, addeti ai lavori… Incontri non accademici, non calati dall’alto, ma leggeri e soprattutto positivi. SI tratta di mettere sul piatto LA PROMESSA.
Non so infine cosa diavolo venga dopo il “livello di guardia”, non me lo sono mai chiesto. Mi vien da pensare a …”livello di ladro”?
Secondo me l’altopiano ha cominciato a rendersi conto che era ora di cambiare qualcosa dando un bel calcio in culo al vecchio sindaco di Asiago, tutto casa e immobiliare Lievore.
Ora resta da sperare che anche gli altri comuni trovino la retta via.
Storiella: a pranzo tengo spesso la tv accesa su un qualche canale satellitare, quelli tipo “RiEducational Channel”.
Oggi ho visto uno spezzone dell’Istituto Luce (lo avrete visto probabilmente anche voi qualche volta, è un momento abbastanza importante…)
Un signore buffo, affacciato a un grande balcone, strillava davanti a una folla “oceanica”:
«L’ora delle decisioni irrevocabili… [boato entusiastico]… La dichiarazione di guerra è già stata consegnata nelle mani degli ambasciatori di Francia e Inghilterra… [boato entusiastico]…»
Mi ha colpito il boato oceanicamente entusiastico. Quella gente stava entrando in un periodo che si può definire tragico, al minimo. Non se ne rendevano conto?
Risposta: no.
Oggi che conosciamo la storia, sappiamo che c’erano piccoli gruppi consapevoli, che vedevano più in là. Persone molto diverse tra loro (come Gobetti può essere diverso da Gramsci, per dire), capivano come sarebbe andata a finire.
Uno di loro, per esempio, già nel ’33 scriveva che “col peso implacabile della sua produzione economica” l’America avrebbe costretto l’Europa ad adeguarsi ai suoi standar politici e di mercato (“il secolo americano”). Che razza di binocolo doveva avere! Questo si chiama guardare avanti. Saltava persino oltre guerra, fascismo e stalinismo.
Ma la folla oceanicamente entusiastica, evidentemente, non vedeva.
Mi piace immaginare la stessa scenetta in piazza Carli, da un più modesto balcone.
Qualcuno strilla – magari “pacatamente” – sulla chiusura dell’Altopiano ai Foresti, posti di blocco a Skade e tutto il resto del pacchetto.
Sento anche il piccolo boato torrentescamente entusiastico.
Morale? Nessun riferimento a persone reali, sul balconcino metteteci un personaggio di fantasia. Quello che conta è la piccola folla e l’entusiasmo.
È una storia sulla miopia.
Cosa sappiamo realmente?
Mi è capitato di insegnare fondamenti di marketing:
Fase 1. Marketing analitico. Capire scenario, forze, ambiente e mercato.
Fase 2. Marketing strategico. Formulare stretegie coerenti coi risultati di f1.
Fase 3. Marketing operativo. Comunicare promesse e benefici elaborati in f2.
(Fase 4. Ricomincio da 1…)
Ecco, credo che dobbiamo cominciare dalla fase 1.
Lisa:
mi piacerebbe credere che tu abbia ragione.
Ma non sono sicuro che il percorso della giunta Gios sia così lineare come lo vedi tu.
(E neppure sono sicuro che corrisponda a un chiaro mandato ricevuto dalla popolazione di Asiago). Spero di sbagliarmi.
…a questo proposito, mi ha sempre molto colpito il «Ich habe alles einkalkuliert» di Adolf Hitler, “ho previsto tutto” (sic!) …e il commento del lungimirante Thomas Mann: «Questo individuo è una catastrofe».
Tornando al “nostro” marketing, le fasi proposte vanno benissimo GATTOROSSO. Anche se poi -per esperienza diretta- si tratterà di rispondere “sul campo” ad una serie di obiezioni che provocheranno la mancanza di salivazione… Nel senso che per rispondere si dovrà partire da Adamo ed Eva, definire il senso di peccato, la libidine come acceleratore per l’evoluzione della specie, il sex-appeal di Rosy Bindi in comparativa con quello della Stone… Insomma, niente è complicato come spiegare le cose semplici, niente è semplice come spiegare le cose complicate (se sai due cavolate in merito…).
Ma la mia domanda (e credo di aver stancato proprio tutti con l’antifona) rimane: QUALE ORGANO / ENTE / ASSOCIAZIONE / GRUPPO SCOUT organizza la cosa? Mi viene da ridere, con questa priorità, in questo ordine, se penso a: ConTur7C, ComMon7C…
Infatti, Andrea, non c’è niente da fare, se non ridere di noi stessi (che è sempre ottima cosa, indica capacità di dubbio e, in ultima analisi, salute mentale).
Io credo che prima di spiegare (cose semplici o complicate, come si sarà capaci), occorre capire un sacco di cose. Oggi, non saprei proprio cosa spiegare a a operatori, commercianti, addeti ai lavori…
Non abbiamo promessa, non possiamo avere strategia, perchè altrimenti pretenderemmo di agire su una popolazione di cui – per quanto mi riguarda – non comprendiamo motivazione, atteggiamenti, difese e contraddizioni.
Per le stesse ragioni, oltre che per la loro evidente incapacità, nessuna delle “istituzioni” è immaginabile come organizzatrice di qualcosa del genere.
Occorrerà davvero qualcosa di “rivoluzionario”, in un qualche modo.
Del resto, quello che pensi – pensiamo è una rivoluzione…
Qualcosa di “rivoluzionario” può arrivare dall’alto o dal basso. Io suppongo (temo) che arriverà dall’alto. Questo perchè ci sono più interessi e più sete di visibilità e poltrone in alto (Asiago + Vicenza + Venezia) che in Altopiano.
La mia previsione è che si andrà verso una sorta di “commissariamento”: alcune istituzioni, piuttosto che perdere vantaggi da posizione, si accorderanno per un commissario straordinario che salvi loro il posto e che parallelamente offra comunque una parvenza di miglioramento… Equazione (con le debite proporzioni): Napoli sta all’emergenza rifiuti come l’Altopiano sta all’emergenza turismo.
Scusa la determinazione, ma mi dissocio invece dal tuo “Oggi, non saprei proprio cosa spiegare a operatori, commercianti, addeti ai lavori… Non abbiamo promessa, non possiamo avere strategia.” Questo è un alibi, nessun attore di mercato può permettersi di non avere tutto questo.
Per quanto mi riguarda credo di avere le idee chiare (mi pagano per fare questo, so fare solo questo…) su cosa spiegare/fare…
00_”L’Altopiano come unica azienda turistica diffusa sul territorio”
01_prodotto/mercato, analisi dei vantaggi, svantaggi, opportunità, minacce
02_avvio approccio multidisciplinare per la mobilità dolce / turismo sostenibile
03_analisi dinamiche competitors e megatrend
04_l’Altopiano come marca nel turismo
05_la comunicazione nel turismo
06_definizione della promessa e scenari sostenibili
07_linee guida, comunicazione interna/esterna/condivisione
08_profili strategici, priorità operative, base tre/cinque anni
09_elaborare un PAC tre/cinque anni (Piano Attività Comunicazione)
10_disciplianare normatizzazione utilizzo marchio altopiano
…questo divenire dovrebbe essere la normalità quotidiana.
E torniamo alla domanda di cui sopra: QUALE ORGANO / ENTE / ASSOCIAZIONE / GRUPPO SCOUT / CONSIGLIO PARROCCHIALE / CLUB / ASSESSORATO / COOPERATIVA / IMMOBILARE / CORPORAZIONE / BANDA MUSICALE …è interessato ad organizzare la cosa?
Andrea, mi rendo conto che sei focalizzato sulla ricerca di una qualche base d’appoggio (associazione, gruppo scout, banda musicale ;-) dalla quale promuovere il tuo schema di intervento.
Evidentemente, sei convinto che questo sia sufficiente a trasformare la “normalità quotidiana” in un ordinato processo virtuoso, in cui il marketing scorre come dovrebbe, e il territorio con lui.
[È una specie di Excalibur-marketing, credo: ci vuole una spada per fare un re, se il re ha una spada la terra fiorisce, se no la terra va a remengo...]
Secondo me non funziona così; vediamo se posso spiegare perché.
Non desidero inserire note biografiche – e quindi neanche curricolari – in questo spazio, ma devi credermi sulla parola: anch’io sono stato pagato tutta la vita per fare marketing, comunicazione e cose del genere.
Lo dico senza alcun intento polemico o competitivo, e senza voglia di tentare confronti di esperienza/competenza/bravura (del resto, non ci conosciamo), ma solo per chiarire che ci occupiamo sostanzialmente delle stesse cose.
Stabilita questa specie di “parità formale” e il diritto di usare lo stesso linguaggio (“in nome di dio, san michele e san giorgio, ti nomino cavaliere; ti do il diritto di portare la spada e di amministrare alto e basso marketing”), affermo quanto segue:
Al momento, è l’Altopiano che deve essere considerato il tuo “cliente”; a questa entità tu vuoi “vendere” la tua soluzione, che la farà diventare una macchina perfetta per macinare turismo.
Oggi l’Altopiano è come una di quelle aziende venete, padronali – e perciò confuse, contraddittorie come il “paron”, che vivono alternando ambizioni di crescita e crisi di “rigetto”, in modo da restare sostanzialmente sempre uguali a dispetto dei loro problemi.
Questo stato è rassicurante, rispetto alle ansie da cambiamento causate dalle contraddizioni, perciò finisce per prevalere.
Proseguendo nella metafora, l’azienda-Altopiano è confusa e preoccupata, ma non vuole cambiare.
Anche se riesci ad avere un appuntamento, e arrivi con i tuoi documenti e le tue slide, farai una bellissima presentazione, e alla fine ti stringeranno la mano.
Appena sarai uscito, si guarderanno in faccia… e tutto continuerà come prima.
Mi scuso per la semplificazione della metafora (l’Altopiano non è un’azienda, per fortuna), e spero di aver chiarito un po’ il punto.
Come hai scritto giorni fa, io sono focalizzato sull’urgenza di un cambiamento; quello che vorrei comprendere meglio sono le condizioni che, ad oggi, lo impediscono.
Secondo me queste non risiedono principalmente in una mancanza di guida competente, come invece mi sembra che tu creda.
Con questo blog vorrei ragionare intorno alle condizioni dell’impossibilità e al loro possibile superamento.
a presto.
NB: a scanso di equivoci, aggiungo che non ho nulla da eccepire sulla qualità del tuo schema di intervento 00 -10.
Lo trovo ben scritto.
Solo, non tutto quello che è giusto riesce a funzionare.
…condivido ancora una volta la tua analisi GATTOROSSO, e anche:
-l’esempio negativo delle piccole aziende padronali venete…
-l’esempio delle contraddizioni del “paròn” che piuttosto che “aprirsi” al cambiamento chiude l’azienda e il suo primogenito va a lavorare “soto-paròn”
…e tutto il resto, incluse slide, stretta di mano e “nò-te-ghe-visto-el-me-can?”.
Naturalmente, non ho ribadito che non mi sto proponendo per vendere consulenza o attività della mia agenzia perché l’ho già premesso tante volte da sembrare a sua volta, anche questo, autoreferenziale. E’ come camminare su un terreno minato: stai fermo e non accade nulla, tutti contenti; ti muovi e attorno a te c’è gente che aspetta solo di vederti saltare… Si chiama vigliaccheria, è la base culturale su cui cresce l’omertà. Ripeto anche qui: non chiedo/voglio “lavorare” per l’altopiano, non cerco visibilità…
Detto anche, da tempo, dell’urgenza del cambiamento, non sostengo qui affatto che la strada dell’avvio di un processo di coscienza | conoscenza | cultura | comunicazione sia di per sè la soluzione a tutti i mali. Sono del parere tuttavia della sua centralità per l’aspetto motivazionale e per il “senso” che genera sempre un ragionamento comune intorno ad un progetto (idea-sfida) condiviso. So per esperienza che l’inizio a partire da qui è straregico, a cominciare da una fase propedeutica e di coinvolgimento degli operatori. In orizzontale insomma.
Non si tratta, per estrema chiarezza, dell’idea di imporre dall’esterno una figura di guida competente: il concetto mi risulta -semplicemente- irritante. Si tratta, a mio avviso, di ripartire, riavviare, risvegliare, rivitalizzare un processo che sia riferimento sistemico alla riappropriazione della progettualità da cui siamo stati alienati. E’ la frustrazione di aver perso questa funzione che ha messo in ginocchio la socialità in altopiano.
Questa percezione, cosciente o latente, è percezione del reale. Ed è ferale: oggi non abbiamo una progettualità attorno all’economia prevalente del turismo come invece vi fu una progettualità attorno all’economia prevalente silvo-pastorale. Io non credo che ci siano altri motori di progettualità, altri poli capaci di attirare unità se non intorno alla promessa di un’economia basata sul rilancio di un nuovo turismo al tempo stesso competitivo sostenibile e qualificante.
Tutto trova senso e rilevanza attorno a questo centro di gravità permanente: dalla cura delle malghe alla viabilità generale, dallo stop alla cementificazione all’idea del recupero della cubatura esistente, dalla mobilità dolce all’orgoglio di un territorio (particolarmente dotato) di offrire fruibilità storico-ambientale…
Ma se questo non fosse vero? Se l’altopiano in realtà non si riconoscesse come un territorio vocato al turismo? Se snobbasse questa proposta di cambiamento? …di impegno verso una prospettiva di eccellenza di marca a cui è chiamato? Allora sarebbe giusto che ci attrezzassimo di cartelli in cui avvertiamo gli sprovveduti dell’entrata a loro pericolo in ZONA DETURISTICIZZATA.
Vorresti comprendere meglio quali sono le ragioni che oggi impediscono il cambiamento …questo tuo blog mi sembra un’importante occasione di approfondimento. Io naturalmente non ho una risposta formulata per essere definitiva: ho piuttosto un approccio al problema da proporre alla discussione.
Anch’io, come te e spero come tanti altri, sto analizzando le condizioni che generano l’impossibilità del cambiamento (che individuo nella mancanza della progettualità di cui sopra) e cerco un varco per il loro superamento.
GATTOROSSO, riesci a definire verso quale direzione intendi l’urgenza di cambiamento?
Grazie per l’ospitalità e l’attenzione.
Per adesso, Andrea, preferisco limitarmi a puntualizzare su due particolari:
1. Non sostengo che tu ti proponga di vendere professionalmente la tua attività di consulenza. (Ho letto quello che hai scritto in passato, e comunqe mi è chiaro). I concetti di “cliente” e “vendere” vanno letti per il senso che hanno nel contesto della metafora.
2. Sulla guida competente ho le idee un po’ meno chiare. Non ho detto che tu voglia imporla dall’esterno, ma mi pare chiaro che secondo te non c’è. Il tuo stesso schema di intervento è un esempio di guida competente, oggettivamente.
Del resto, anche per me nessuno degli attuali “decisori” in posti di responsabilità ( = guida) è adeguatamente competente, né sa scegliere in altri le competenze che gli servirebbero.
Mi confonde le idee anche la sovrapposizione che mi pare di vedere tra il processo di “rivitalizzazione sociale” che ti proponi di innescare e il livello tecnico-operativo degli strumenti di cui ti vuoi servire.
Per definire la direzione del cambiamento mi serve molto più di un commento, l’intero blog tende a questo.
Per ora diciamo che la tua immagine del campo minato è un buon inizio: bisogna arrivare a muoversi senza che gli altri aspettino di vederti saltare perchè muovendoti gli dai fastidio.
Anzi, bisogna arrivare a muoversi in tanti, insieme. E decidere che si vuol andare da qualche parte.
[...] vettori del cambiamento 28 05 2008 In un recente commento, Andrea Cunico Jegary mi invia a definire “verso quale direzione intendo l’urgenza di [...]